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«Assolto per non aver commesso il fatto» ma... Così titola il quotidiano  “La Provincia di Cremona”.

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

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La vicenda è quella che ci riguarda direttamente. Un commento omofobo, violento, apparso sotto un post che raccontava la nostra unione civile.

L’imputato, un uomo che oggi ha 74 anni, all’epoca dei fatti 66. Un profilo Facebook con nome e cognome.

E, come riportato negli articoli, «aveva ammesso di essere l’autore del commento violento» davanti ai carabinieri, accennando anche a delle scuse.

Il pubblico ministero aveva chiesto sei mesi. Il nostro legale, l’avvocato Luca Castelli, aveva chiesto un risarcimento danni, con finalità benefiche.

Eppure. «Non si è potuta raggiungere la prova che il profilo fosse riconducibile all’imputato». Perché «le regole processuali prevedono che la prova si formi nel dibattimento» e quelle dichiarazioni, raccolte durante le indagini, non possono essere utilizzate.

Risultato: assolto.

Non perché il fatto non sia accaduto. Non perché quelle parole non siano state scritte. Ma perché non è stato possibile dimostrare, secondo le regole del processo, chi ne fosse l’autore.

E qui nasce una riflessione che va oltre noi. Denunciare è giusto. È necessario. Ma quanto è difficile arrivare fino in fondo?

Perché tra il momento in cui subisci un attacco e quello in cui cerchi giustizia, si apre uno spazio fatto di passaggi tecnici, limiti procedurali, indagini che -come emerso- «non sono state svolte in modo approfondito dal punto di vista informatico».

E in quello spazio può succedere che tutto si fermi. Che una persona ammetta, ma non in aula.Che un profilo esista, ma non sia “provabile”. Che un’offesa resti tale, ma senza una responsabilità accertata.

Non è una questione di vendetta. È una questione di senso. Perché se è giusto denunciare, è altrettanto giusto aspettarsi che il percorso arrivi a una conclusione chiara.

Altrimenti il rischio è quello che gli stessi articoli sottolineano: che i social diventino un luogo dove «si genera l’idea di impunità».

Noi continueremo a denunciare e continueremo anche a raccontare queste storie.

Perché il problema non è solo quello che è successo a noi.È quanto può succedere, ogni giorno, a chiunque.

 
 
 

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