Il rumore del mondo adulto.
- 6 giorni fa
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Ci sono momenti in cui la cronaca si riempie di episodi che vedono protagonisti giovanissimi, ragazzi tra i 13 e i 17 anni, e ogni volta la reazione è sempre la stessa: si cercano spiegazioni veloci, si tirano in ballo i social, le chat, i gruppi Telegram, internet, come se bastasse individuare uno strumento per aver trovato una causa. È rassicurante, perché sposta il problema fuori da noi. Ma non basta. Non è mai bastato.
Per questo pubblichiamo, rivedendolo, un nostro scritto di qualche mese fa. Perché continuiamo a pensare che il punto non siano solo quei “canali”. Il punto siamo noi. Noi adulti. Tutti.
Ogni volta che accade qualcosa di grave che coinvolge dei ragazzi, si parla di loro: dei loro comportamenti, delle loro scelte, dei loro errori. Quasi mai si ha il coraggio di fermarsi un attimo e fare la domanda più scomoda, quella che non ci piace perché ci chiama in causa: che adulti li hanno cresciuti? Che mondo abbiamo consegnato loro?
Perché nessuno nasce guasto. O quasi nessuno, in percentuali minime. Ci guastiamo. E soprattutto ci guastano. Ci guasta il mondo adulto, non solo quello vicino a noi, ma quello che respiriamo ogni giorno, quello che ci parla, ci osserva, ci giudica e ci modella senza sosta. Viviamo immersi in un sistema che predica valori e pratica il loro contrario, che parla di rispetto, educazione, futuro, ma poi misura tutto con un unico parametro: il guadagno. Non solo economico, ma anche sociale, simbolico, di status. Conta apparire, conta vincere, conta salire, conta mostrare. Conta avere. Il resto viene percepito come debolezza.
Questo messaggio passa continuamente, in modo ossessivo, nei media, nei social, nelle conversazioni quotidiane, perfino a tavola. Ai giovani viene detto, anche senza dirlo esplicitamente, che se non arrivano, se non sfondano, se non diventano qualcuno secondo criteri stabiliti da altri, allora hanno sbagliato loro. E contemporaneamente gli viene raccontata la favola che se ti impegni abbastanza ce la fai. Quando poi non ce la fanno, perché spesso il gioco non è davvero aperto a tutti, interiorizzano la colpa oppure la trasformano in rabbia. E da lì nasce tutto il resto: frustrazione, odio, bisogno di affermarsi a qualsiasi costo. Non nasce dal nulla. Nasce da un inganno.
In tutto questo, noi adulti non siamo spettatori. Siamo il contesto e siamo l’esempio. E spesso siamo un pessimo esempio. Siamo quelli che infrangono le regole e poi pretendono che vengano rispettate, che si sentono più furbi degli altri, che disprezzano le istituzioni ma reclamano diritti, che online si comportano peggio dei ragazzini. Siamo quelli che, magari con i figli accanto, davanti a un telegiornale, lasciano uscire frasi violente, superficiali, disumanizzanti, come se non avessero peso. E invece hanno un peso enorme. Perché i bambini guardano, assorbono, imparano.
E poi ci sorprendiamo se i ragazzi sembrano non avere più il senso del limite, del rispetto, della vita altrui.
C’è un altro punto che continuiamo a non voler vedere: i figli non sono solo di chi li ha. I figli sono di tutti. Non in senso biologico, ma in senso culturale, sociale, umano. Ogni adulto ha una responsabilità, anche chi non ha figli, perché contribuisce al clima in cui quei figli cresceranno. E allora non possiamo permetterci di voltarci dall’altra parte.
Questo significa anche accettare una cosa molto semplice e molto difficile allo stesso tempo: i genitori non devono giustificare sempre. Se un adulto richiama un bambino perché sta facendo qualcosa che non va fatto -a scuola, in un negozio, in un ristorante- quel richiamo non è un attacco, è un atto educativo. E invece troppo spesso il genitore interviene per difendere, per proteggere a prescindere, per negare l’errore. Così si cresce con una percezione completamente distorta del rispetto, del limite, dell’autorità. Si impara che l’errore non esiste, che tutto è negoziabile, che chi ti corregge è contro di te.
E poi diciamo che bisogna insegnare ai ragazzi che non si ruba, che non si uccide. Ed è giusto. Ma forse dovremmo ricordare prima agli adulti che il rispetto non si insegna a parole, si trasmette con il modo in cui si vive, con quello che si dice, con quello che si fa ogni giorno.
Le famiglie hanno un responsabilità enorme in tutto questo. Non sempre per cattiveria, ma per paura, per proiezione, per inconsapevolezza. Genitori che caricano i figli di aspettative, che impongono modelli di successo e di felicità che non hanno nulla a che vedere con il benessere reale. Genitori che confondono l’amore con il controllo, la protezione con il possesso, l’educazione con la pressione. E così, invece di accompagnare una crescita, la soffocano.
Ci sono poi ambiti in cui il silenzio è ancora più dannoso. L’educazione affettiva, il rispetto del corpo, il consenso, le emozioni. Temi fondamentali che spesso vengono evitati, delegati, lasciati al caso o alla rete. E allo stesso tempo, quando si tratta di amore, le famiglie diventano giudici. Troppo spesso interferiscono, temono il giudizio degli altri più della felicità dei propri figli. Un amore che non rientra nei canoni viene vissuto come un problema, qualcosa da correggere o nascondere. Non perché manchi l’amore, ma perché non corrisponde alle aspettative. E così si insegna ai figli che conta più l’apparenza del sentimento, più la norma del cuore. È una ferita profonda, e spesso resta.
Tutto questo avviene dentro un sistema più grande, che mescola culture e persone per convenienza, ma separa le menti. E poi ci si stupisce se crescono diffidenza, conflitto, distanza.
E allora torniamo sempre lì. Alla domanda che tutti evitano: che adulti li hanno cresciuti? Che mondo abbiamo costruito?
Il cambiamento non è fuori, è dentro. Dentro il modo in cui accettiamo compromessi pur di stare comodi, dentro il modo in cui abbassiamo lo sguardo, dentro il modo in cui rinunciamo alla coerenza. Essere dritti costa. Ma l’alternativa è vivere storti e trasmettere quella stortura a chi viene dopo.
Oggi abbiamo anche una parte di potere reale, perfino nei gesti più piccoli: un click, un follow, un unfollow. Possiamo scegliere cosa alimentare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. Ma serve coraggio, serve smettere di essere passivi, serve diventare mentalmente autonomi.
Il mondo non ha bisogno di più persone. Ha bisogno di più coscienze. Fare figli non è un dovere, è una responsabilità enorme. E anche chi figli non ne ha, una responsabilità ce l’ha comunque.
Finché non ci assumeremo tutti -genitori e non- la nostra parte, finché continueremo a cercare colpe fuori invece che dentro, finché continueremo a giustificare invece di educare, sarà sempre peggio.
Perché il vero fallimento non è economico.
È umano.




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