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La funzione “coscienza”.

  • Immagine del redattore: Sergio Sormani - Giorgio Donders
    Sergio Sormani - Giorgio Donders
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min


(di Sergio Sormani e Giorgio Donders)


Funzione Coscienza

Ci siamo spesso chiesti quando, ma soprattutto come, qualcosa abbia iniziato a non funzionare. Non in astratto nel Mondo, ma nella maniera in cui noi esseri umani lo abitiamo.

È fin troppo facile dire che la società è peggiorata, che i tempi sono più duri, che “una volta era diverso”. Ma la società non è un’entità separata da noi. La società siamo noi. E se oggi appare attraversata da rabbia, violenza, cinismo, disprezzo delle regole e del prossimo, allora la responsabilità non può che essere umana. E adulta.


Esiste una “funzione”, dentro ciascuno di noi, che potremmo chiamare coscienza. Non come concetto morale o religioso, ma come prerogativa congenita e viva: la capacità di percepire l’impatto delle proprie azioni, di riconoscere un limite, di sentire che non tutto ciò che è possibile è anche giusto. Questa funzione c’è e non nasce spenta. Nei bambini è presente in forma spontanea, di certo incontaminata  rispetto all’addestramento al cinismo o all’opportunismo. Nessun bambino nasce cattivo o violento. Crediamo, piuttosto, che alcuni di essi imparino presto a disattivare la funzione coscienza, perché è ciò che il mondo adulto insegna loro, spesso senza rendersene conto.


La coscienza non si perde all’improvviso. Non viene strappata via. Viene anestetizzata lentamente attraverso i gesti quotidiani, quelli che plasmano e condizionano più di qualsiasi discorso. Un adulto che guida con il telefono e per di più lo fa davanti a un bambino, che parcheggia dove non dovrebbe “perché tanto è solo un attimo”, che infrange una regola per convenienza… non sta semplicemente compiendo degli errori. Sta trasmettendo un sistema di comportamenti che poco a poco anestetizzeranno la coscienza. Il messaggio che arriva al bambino si veste di “normalità”: le regole valgono solo quando conviene a se stessi rispettarle, il tempo degli altri vale meno del nostro, la furbizia è una virtù.


Accade con estrema frequenza, nei piccoli atti apparentemente innocui: una fila al supermercato aggirata con un trucco, una scorciatoia che penalizza chi invece rispetta le regole. Il bambino osserva, registra, interiorizza. Non impara in senso stretto a “rubare”, ma a fregare il prossimo senza sentirsi in colpa. In quel momento la coscienza non viene negata: viene messa a tacere.


Anche le parole, soprattutto quando commentiamo la realtà davanti ai più giovani, non sono mai neutre. Una notizia ascoltata distrattamente e liquidata da un giudizio lanciato con disprezzo, un insulto verso chi la pensa diversamente. Anche quando si crede di poter “condannare” qualcosa, il modo in cui lo si fa è il vero insegnamento. I ragazzi non apprendono il senso critico frutto di un ragionamento, ma bensì come mal-trattare l’altro, come stare nel conflitto anziché nel confronto, come predominare anziché gestire il dissenso. Se l’adulto ridicolizza, delegittima, aggredisce verbalmente, quella diventa la grammatica emotiva del Mondo.


A questo si aggiunge un messaggio ancora più profondo e pericoloso: l’esaltazione del denaro come misura del valore umano. Non il riconoscimento del lavoro o della competenza, ma l’idea che il successo economico basti a rendere una persona degna di rispetto. È un’eredità culturale che forse in passato poteva essere tollerata, in un mondo meno conoscibile e meno trasparente. Oggi no. Oggi quel messaggio insegna soltanto che il fine giustifica i mezzi e che la coscienza è negoziabile.


C’è poi un altro elemento centrale: la coerenza. Cambiare idea è un pregio. Cambiare idea per convenienza è una frattura. Quando un adulto afferma un principio oggi e lo smentisce domani senza spiegazione, senza assunzione di responsabilità, sta insegnando che i valori non esistono, che esiste solo la propria utilità del momento. In quel vuoto la funzione della coscienza smette di essere una guida e diventa un intralcio. Viene spenta.


Ogni volta che un episodio di violenza coinvolge dei giovani, assistiamo quasi sempre allo stesso copione: shock, indignazione, dichiarazioni, soluzioni immediate e visibili. Tavoli, vertici, misure simboliche che rassicurano l’opinione pubblica ma difficilmente incidono sulle cause profonde. È come se l’urgenza fosse quella di dimostrare che “si è fatto qualcosa”, più che affrontare ciò che richiederebbe tempo, coerenza e continuità.


Colpisce la rapidità con cui si invocano strumenti che funzionano solo in spazi delimitati, mentre la realtà che genera il problema resta intatta fuori da quei confini. È una risposta che non interroga il modello culturale, non chiede trasformazioni profonde e, proprio per questo, non obbliga nessuno a mantenerle nel tempo. Così il dolore diventa un’occasione per propagande politiche, il fatto di cronaca un momento, e la responsabilità si consuma nello spazio di un titolo. (Un problema irrisolto, in fondo, resta sempre disponibile e cavalcabile da chi ne trae interesse).


A rendere tutto ancora più grave è l’incoerenza del linguaggio adulto. Si condanna la violenza fisica e, a distanza di pochissimo tempo, si scivola in atti di aggressività verbale, dileggio pubblico, delegittimazione mirata. Come se la violenza delle parole fosse innocua. Come se non producesse effetti. Quando questo poi avviene da parte di figure visibili, istituzionali, il messaggio che passa è devastante: si chiede rispetto e, nello stesso tempo, si legittima l’attacco verso chi è percepito come diverso, scomodo, antipatico.


In questo modo non si educa al confronto, ma al tiro al bersaglio. Non si smorzano i conflitti, li si alimenta. E chi osserva, soprattutto i più giovani, impara che la violenza non è sbagliata in sé, ma solo quando colpisce chi non vogliamo noi. È una forma di educazione all’odio verso “l’altro”, ed è profondamente malsana.


Le tragedie che coinvolgono ragazzi non sono mai il frutto di un solo gesto. Sono il punto di convergenza di molte responsabilità adulte: istituzionali, economiche, comunicative, genitoriali. Sono lo specchio di una società che ha voluto i benefici della libertà senza assumersi i doveri della protezione, che ha adultizzato i giovani troppo in fretta e poi si è stupita quando questi non hanno retto il peso.


Noi due non abbiamo figli. Non abbiamo mai avuto un istinto paterno, probabilmente perché veniamo da percorsi familiari complessi che ci hanno insegnato quanto enorme e articolata sia la responsabilità di essere genitori. E oggi quella responsabilità è ancora più grande. Alcuni decenni fa avere figli non comportava la stessa complessità di oggi. Il mondo era meno esposto, meno veloce, meno amplificato. Oggi ogni scelta pesa di più. È come guidare in una città con il doppio delle auto: serve più attenzione, più lucidità, più coscienza.


Per questo crediamo che diventare genitori oggi debba essere un atto profondamente pensato e coscienzioso. E per questo crediamo che sia sbagliato incentivare le nascite solo attraverso il denaro. Il denaro non può essere ancora una volta il centro. Non si può comprare l’aumento demografico. Lo si costruisce creando sistemi di tutela, di supporto all’educazione, di sostegno reale alle famiglie, sollevandole anche da oneri strutturali, restituendo fiducia nel futuro.


A noi piace dialogare con i giovani. Ascoltiamo i loro sogni, i loro progetti, e ci colpisce sempre di più quanto siano attraversati da ansie e angosce. Avvertono chiaramente che molti circuiti sono chiusi, che troppo spesso contano le appartenenze, i compromessi, i cognomi. Quando il sistema appare chiuso, la scorciatoia diventa l’unica strada visibile. Ancora una volta, un insegnamento negativo del mondo adulto.


Partecipiamo spesso a incontri in cui si parla dei problemi dei giovani, del bullismo, del futuro. Vediamo adulti applaudire all’indirizzo di discorsi accorati sulla necessità di ascoltarli, quei giovani. Gli stessi adulti che, con le loro parole, i loro stili di vita, le loro scelte quotidiane, contribuiscono a generare il disagio che affermano di voler combattere. Rendendo quei giovani muti. È un cortocircuito inaccettabile.


I figli non sono soltanto figli di qualcun altro. Sono figli di tutti. Anche di chi non ne ha, di chi non ne può avere, di chi è già nonno. In ogni luogo, in ogni momento tutti noi siamo modelli, volenti o nolenti. E forse il primo vero atto educativo che ci è richiesto oggi è questo: tornare a guardarci dentro, riattivare la funzione della coscienza, assumerci la responsabilità di essere adulti all’altezza del tempo in cui viviamo.


Ogni giorno ci auguriamo che il futuro sia migliore. Ma il tempo, da solo, non migliora nulla. Il futuro non sarà mai migliore se non saremo migliori noi. Per loro. E, finalmente, anche per noi.

 
 
 

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